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Uniti contro la crisi. Da Global Project

15 novembre 2010

Respingere il ricatto!

Appello ai movimenti sociali per la costruzione del 9-10 dicembre, due giornate di mobilitazioni contro la crisi e per lo sciopero generale

18 / 11 / 2010

Nel raccontare la prima riunione organizzativa di Uniti contro la crisi – che si è tenuta lo scorso mercoledì 10 novembre a Bologna ‒ci piace partire da questa considerazione: quanto è accaduto in Italia il 16 ottobre, con la straordinaria manifestazione indetta dalla Fiom, quanto sta accadendo in Francia o in Inghilterra, non è semplicemente una difesa affannata degli ultimi avamposti, si tratta, piuttosto, dei primi passi di una ricerca di alternativa. Alternativa al neoliberismo degli ultimi trent’anni, quel capitalismo globale e della rendita che con violenza predatoria ha distrutto democrazia e diritti, si è appropriato senza posa dei beni comuni, ha umiliato il lavoro, ha moltiplicato guerre e disastri ambientali. Ricerca consapevole del fatto che non esistono ricette a portata di mano e che non c’è riformismo neo-keynesiano che, da solo, riesca a fare la differenza. Testimonianza ne è la crisi dell’esperienza Obama, segnata dall’insuccesso delle elezioni di mid term, ma, più in generale, dalle evidenti difficoltà a compiere scelte contro la disoccupazione dilagante, contro le trivelle della BP, contro la drammatica guerra afghana.

Ma cosa tiene insieme la rivolta degli studenti a Londra con lo sciopero ad oltranza in Francia o con le mobilitazioni operaie, migranti e studentesche in Italia? Indubbiamente la difesa dell’occupazione, del welfare e dei diritti di cittadinanza e del lavoro. La crisi, infatti, in Europa si chiama austerità (politica economica – definita dalle leggi di stabilità dei conti pubblici ‒ indipendente dagli schieramenti politici) ed è stata determinata, tanto in Europa quanto negli Usa, dallo spostamento di una quota gigantesca della ricchezza dal lavoro alla rendita, dal pubblico al privato. Si chiama, nel caso italiano, modello Confindustria – Marchionne: ovvero come fare del lavoro cosa più infima di una merce, umiliazione ultima di un percorso che parte da lontano, senza esagerare, almeno dagli anni ’80 e successivamente con la precarizzazione a mezzo di legge degli anni ’90 e poi dal Libro bianco di Maroni del 2002. Insomma, per sostenere quei soggetti finanziari «to big to fail» (banche, agenzie assicurative, fondi d’investimento, fondi pensione), il deficit pubblico è aumentato vertiginosamente e ora, dopo che le iniezioni di liquidità hanno facilitato la ripresa della speculazione, monetaria o sulle materie prime, i mercati finanziari pretendono rigore e tagli radicali alla spesa pubblica, a quelle prestazioni sociali e a questi servizi che hanno qualificato fin qui il welfare state europeo. Dopo aver pagato già una volta, bisogna farlo una seconda, e a questa aggiungere la perdita dei diritti per chi lavora, per non parlare di chi è migrante o di chi è precario.

Difesa del welfare, nel caso italiano difesa del contratto nazionale del lavoro e dei diritti più in generale: ma si tratta soltanto di una resistenza disperata?

Per noi – come dicevamo ‒ la risposta è chiara. Difendere il welfare state, infatti, respingere il modello Confindustria – Marchionne e chi pensa che il lavoro non debba avere diritti o non possa difendersi contro lo sfruttamento, rivendicare il carattere comune di alcuni beni, dall’acqua alla conoscenza, significa contestare radicalmente il modello di sviluppo e, nella contestazione, mettere in gioco un’altra idea di società. Una società, un modello di sviluppo e di consumo che assuma il lavoro, la democrazia, la libertà e il welfare universale come beni comuni.

Per questo abbiamo letto con grande entusiasmo non solo la manifestazione del 16 ottobre, ma anche la grande assemblea pubblica che si è tenuta il giorno dopo, il 17 ottobre, presso l’università La Sapienza di Roma. Per questo riteniamo decisivo dare continuità al percorso aperto in quell’occasione, convinti che si sia prodotto un fatto politico importante all’interno di una scena, quella italica, dove al trend europeo si aggiunge la sciagura del berlusconismo e della sua crisi. Ma se si trattasse semplicemente di dare un contributo sociale alla spallata (politica) al sovrano, probabilmente la funzione di Uniti contro la crisi si sarebbe già esaurita. Il problema è evidentemente un altro, battere Berlusconi e, con lui, il berlusconismo. Il pericolo che abbiamo di fronte, infatti, è che alla destra di Berlusconi, plebiscitaria e neoeversiva, se ne sostituisca un’altra, magari costituzionale, che pensa le stesse cose di Confindustria – Marchionne, ritiene cosa buona e giusta la riforma Gelmini, sostiene senza esitazioni il Collegato lavoro. O ancora, dopo Berlusconi, un governo di unità nazionale, un patto di responsabilità bipartisan che a Pomigliano ritiene giusto fare uno strappo alla regola, imponendo un’unità sindacale che nega la democrazia (il diritto dei lavoratori a poter decidere), indipendentemente dal merito delle questioni, che guarda con favore alle scelte della Unione Europea, delle Banche, dell’FMI.

Se la sfida è ambiziosa, altrettanto la consapevolezza che questa alternativa di società va costruita nel segno dell’indipendenza dalle tattiche politiche dei partiti. Nulla che assomigli all’adagio dell’antipolitica, intendiamoci, ripensare la politica, piuttosto, partendo dai soggetti del lavoro, dell’ambientalismo e della formazione, passando per la difesa dei beni comuni e della cittadinanza, per la conquista del reddito e del diritto all’abitare, da qui prende le mosse Uniti contro la crisi. In questo senso non si tratta di celebrare in forme nuove l’unità operai-studenti, quanto di mettere in rete la molteplicità di istanze e di pretese che si oppongono alla crisi, rompendo la rassegnazione e dislocando il conflitto sullo stesso terreno che la gestione della crisi ha imposto, quello del ricatto. Farla finita con il ricatto, questo è il primo punto che unisce le differenze!

Con questo spirito è stata affrontata la discussione nel merito delle prossime scadenze politiche.

Le reti studentesche, provenienti da tutta Italia, hanno ribadito le mobilitazioni contro il DDL Gelmini. Dopo lo straordinario successo della giornata del 17 novembre 200.000 studenti hanno invaso le strade e le piazze di cento città (da Roma a Padova, da Torino a Palermo, da Bologna a Napoli, da Milano a Bari, da Pisa a Perugia, da Venezia a Genova) ‒ l’attenzione si sposta sulla Camera e le votazioni dei prossimi giorni. Venerdì 19 novembre, infatti, si esprimerà in via definitiva la Commissione bilancio e a partire da lunedì 22 il DDL Gelmini sarà di nuovo in aula per la votazione finale. Ed è proprio per fermare l’affondo contro l’università pubblica che le reti studentesche e i precari della ricerca saranno sotto Montecitorio a partire dal 25 novembre.

Confermato da tutti l’impegno a sostenere la scadenza del 4 dicembre promossa dal Forum acqua bene comune. Ma già dal 20 novembre sarà la manifestazione de L’Aquila, promossa dai comitati che non si arrendono di fronte alle menzogne di Berlusconi e alle nefandezze della cricca, a definire un’importante data di convergenza unitaria della mobilitazione. Altrettanto confermate la partecipazione e il sostegno alle mobilitazioni che da Cancun raggiungeranno tutto il mondo, per chiedere giustizia climatica contro la devastazione e i veleni dello sviluppo neoliberista.

Come tutti sanno il Pd ha indetto proprio per l’11 dicembre – data indicata dall’assemblea de La Sapienza del 17 ottobre come utile per costruire una grande mobilitazione contro la crisi ‒ una manifestazione nazionale per dare una «spallata» al governo e mandare a casa Berlusconi. Nella ricerca di indipendenza precedentemente segnalata, riteniamo che non avrebbe senso sovrapporre una piazza che chiede lo sciopero generale e un’alternativa al berlusconismo, la nostra, con quella indetta dal Pd. In una fase di grande incertezza e confusione politica, è necessario far vivere con chiarezza le differenze, poter raccontare senza opacità l’indignazione contro il ricatto. Per questo Uniti contro la crisi promuove e organizza due giornate di mobilitazione, il 9 e il 10 di dicembre: la prima, una giornata di mobilitazioni territoriali; la seconda, una grande assemblea a Roma (presso … ), un’assemblea dove far incontrare gli studenti, i precari, ma anche i delegati operai di Pomigliano e di Melfi e di tante altre fabbriche in agitazione, i comitati che si battono per la difesa del territorio, della salute e dei beni comuni, i movimenti di lotta per il diritto all’abitare, i migranti. Facciamo appello ai movimenti sociali affinché il 9 e il 10 siano due giornate di lotta e di discussione in cui incrociare storie e vicende tra loro diverse, ma accomunate dalla stessa esigenza di rovesciare la solitudine e di costruire un’alternativa contro la crisi e la sua gestione politica! In preparazione di queste due giornate si organizzeranno momenti di confronto unitari sulla questioni DDL Gelmini e Collegato lavoro, per tentare di cogliere i nessi che legano la dismissione dell’università e pubblica e la distruzione dei diritti, più in generale, del diritto del lavoro. Sarà fondamentale, inoltre, in vista delle mobilitazioni della giornata del 9, cominciare a far crescere il lavoro comune territorio per territorio, affinché Uniti contro la crisi esprima al massimo la sua ricerca di innovazione politica e sociale.

Ricordiamo, infine, che per approfondire la discussione sui temi decisivi per prefigurare un’alternativa al presente (lavoro e reddito; democrazia; lavoro e formazione; questione ambientale e critica al modello di sviluppo) abbiamo fissato un grande seminario a Marghera per le date del 22 e del 23 gennaio.

**Uniti contro la crisi**

(dopo la riunione organizzativa di Bologna 10.11.2010)

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