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CONSIDERAZIONI SULL’INSEGNAMENTO DELLA SECONDA LINGUA NELLE SCUOLE ITALIANE

17 giugno 2011

Il 26 maggio 2011 il Ministero dell’Istruzione ha emanato la circolare n. 46 con la quale indicava ai Dirigenti delle scuole d’istruzione secondaria di primo grado la necessità di valutare la competenza nella seconda lingua straniera degli alunni che sostengono l’esame finale in giugno. In particolare, nella circolare si legge “poiché l’insegnamento della seconda lingua è giunto ormai a sistema in modo generalizzato e consolidato, la fase transitoria e sperimentale prevista dalla C.M. n. 28/07 è da ritenersi superata e, pertanto, si ravvisa l’opportunità che il collegio dei docenti preveda anche per la seconda lingua straniera un’autonoma valutazione all’interno dell’esame di Stato al fine di garantire, come nelle originarie intenzioni del legislatore, pari dignità ai due insegnamenti”.

La volontà di “dare uguale peso all’insegnamento delle due lingue” (cioè, solitamente, inglese e tedesco o francese o spagnolo) suona particolarmente gradita a tutti i docenti che non insegnano la lingua inglese, in quanto essi vengono finalmente “investiti” di un impegno e di un rispetto che tende a mancare quando gli studenti sanno che una materia non è oggetto d’esame. Inoltre, pensando al destino ingrato delle seconde lingue comunitarie nella scuola superiore di secondo grado (la loro totale scomparsa nei licei scientifici e classici) ciò potrebbe far pensare ad un ripensamento del legislatore in materia di studio delle lingue.

Innanzitutto, il nostro primo pensiero va agli studenti della scuola media che solo tre settimane prima dell’esame vengono informati sulle modalità di svolgimento dello stesso.

Contrariamente ad ogni logica didattica, ed anche smentendo ciò che i docenti hanno programmato all’inizio dell’anno scolastico e cioè tra settembre ed ottobre del 2010, il Ministero all’improvviso annuncia che gli scritti saranno quattro e non tre, non pensando che molti studenti non sono pronti ad affrontare uno scritto di tedesco o di francese o di spagnolo. Agli occhi di un adolescente, già in “tradizionale” lotta con il mondo adulto, questo gesto ministeriale può apparire piuttosto punitivo: uno sgambetto? Uno scherzo? Un regalo di fine anno? E come giustificare il cambio di regole a gioco iniziato? Come spiegare che le modalità accordate nel patto formativo tra allievi e docenti sono state brutalmente tradite, e non dai docenti ma da qualcuno ben più in alto che dovrebbe per primo offrire il buon esempio di correttezza e giustizia?

Molti Dirigenti hanno già protestato contro questa direttiva ministeriale annunciando che l’esame verrà svolto come era stato programmato e non come deciso dal Ministero repentinamente il 26 maggio.

Di fronte a tali e tante proteste, l’8 giugno lo stesso Ministero si è affrettato a riformulare le sue direttive, spiegando che, comunque, il Collegio dei Docenti è sovrano nella decisione delle modalità dell’esame di terza media, permettendo in questo modo agli studenti (ed ai loro docenti) di tirare un sospiro di sollievo.

Avremmo desiderato un chiarimento in merito alla questione “esame mono o bilingue”, innanzitutto per poter spiegare tale comportamento ai ragazzini ed alle ragazzine di terza media, e poi per capire quale logica e quale ragione si nascondono dietro la richiesta improvvisa di far sostenere un esame scritto ed orale in due lingue comunitarie quando poi la scuola superiore di secondo grado non potrà più offrire l’insegnamento di entrambe, già ben avviate nei tre anni delle scuole medie, ma solo della lingua inglese.

Ricordiamo, infatti, che alle superiori la riforma Gelmini non prevede altre lingue straniere al di fuori dell’inglese, come invece succedeva fino allo scorso anno: la possibilità di continuare lo studio di entrambe le lingue iniziate alla scuola media con la prospettiva di diventare veri cittadini europei plurilingui.

l nuovo liceo prevede una sola lingua, l’inglese, meno ore d’italiano e di latino, meno ore anche d’inglese, meno ore di storia ma più di filosofia, geografia insegnata insieme alla storia, una materia insegnata solo in lingua inglese l’ultimo anno di corso. A compensazione di tante decurtazioni, le ore di matematica, di fisica e di scienze sono ovviamente aumentate. Ma le lingue rimangono nei “desiderata” degli allievi e delle loro famiglie.

Alcuni istituti hanno aguzzato l’ingegno per non perdere le iscrizioni di moltissimi studenti che chiedevano lo studio di una seconda lingua comunitaria, per cui diversi licei continuano ad offrire due ore settimanali chiedendo un piccolo contributo e facendo salti mortali per rimanere all’interno del monte ore previsto dalla riforma. Praticamente impossibile senza tagliare altre materie. La riforma Gelmini, infatti, prevede un monte ore annuale (20%) da poter dedicare a scelte particolari effettuabili grazie all’autonomia scolastica ma quelle ore non possono essere decise a piacere, devono infatti essere “tolte” ad un’altra materia: chi, tra i docenti, è disposto a “cedere” delle ore ad un’altra materia tagliata dalla riforma, significando questo rinunciare ad un orario completo settimanale di 18 ore che deve, comunque, essere completato con lezioni effettive? Facciamo un esempio pratico: immaginiamo una classe prima particolarmente motivata allo studio delle lingue straniere, le cui famiglie hanno chiesto al Dirigente Scolastico di poter continuare lo studio della lingua tedesca. Ciò è stato accordato togliendo le ore di fisica inserite dalla riforma già nel primo anno. Ma, come potranno gli studenti dell’attuale classe prima sostenere l’esame di fisica al quinto anno, esame uguale per tutti gli allievi e le allieve di un liceo scientifico, se non hanno svolto le dovute lezioni al primo anno? Potranno recuperare negli anni successivi gli argomenti non svolti? Poniamo caso che gli studenti siano particolarmente motivati (non certamente gli “studenti medio-neutri” descritti dalla professoressa Mastrocola nel suo ultimo libro Togliamo il disturbo), così motivati e volenterosi da poter studiare ed acquisire nel corso del secondo anno gli argomenti di fisica di due anni, potranno gli stessi continuare a scegliere di dedicare le ore di fisica allo studio del tedesco o del francese? Matematicamente suona alquanto impossibile, poiché il monte ore scolastico del biennio prevede 27 ore e quello del triennio 30, qualsiasi ora in più sarà fuori dall’orario scolastico previsto ed a carico delle famiglie, le quali sono comunque ben disposte a pagare di tasca propria l’eventuale docente di seconda lingua straniera, ma quella seconda lingua straniera non sarà valutata nella pagella scolastica, non sarà materia oggetto d’esame, sarà semplicemente un’appendice scolastica e come tale, forse, non particolarmente interessante per gli studenti né motivo di preoccupazione. Se da un lato questo aspetto potrebbe sembrare positivo (cosa ci può essere di più appagante dello studiare una materia solo per puro piacere e non per essere valutati?), dall’altro sembra inevitabile lo svilimento di quei docenti la cui materia non avrà nessun valore in sede di valutazione durante uno scrutinio e, di fronte agli studenti, perderanno quell’”autorevolezza” e quel po’ di rispetto di cui ancora sono investiti.

Tornando alla decisione improvvisa di imporre all’esame di terza media anche lo scritto della seconda lingua comunitaria, potremmo considerare tale decisione in modo ottimistico e speranzoso: forse ciò presagisce un ripensamento del Ministero sullo studio di due lingue straniere nella scuola superiore di secondo grado, forse i consiglieri del Ministro Gelmini stanno valutando il danno che una scuola monolingue provocherebbe a lungo termine.

 A questo proposito, solo due parole sulla relazione di Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, riguardo la non-crescita dello stato italiano: la crescita dell’economia è data dalla somma di tre fattori: quanto capitale ci metti, quanto lavoro viene effettuato, e quanto si riesce a combinare bene insieme da questi due fattori: la produttività. Ebbene ciò che è successo in Italia è paradossale poiché tra il 2000 e il 2007 quella crescita è stata dell’1 per cento annuo, frutto del maggior capitale e del maggior lavoro immessi nel sistema mentre la produttività peggiorava. Perché? Le “tavole dei comandamenti” dettate da Draghi sono otto scarne cartelline per il settore pubblico e cinque per quello privato. I primi otto comandamenti, quelli per assolvere i quali lo Stato si dovrebbero mettere di gran lena, sono: la giustizia civile, la scuola dove si deve migliorare l’apprendimento, le liberalizzazioni dei settori protetti, le infrastrutture, la disoccupazione soprattutto giovanile, il mercato del lavoro dualistico, la valorizzazione delle donne che non c’è, il welfare che non protegge chi resta senza lavoro.

Focalizziamoci sul “comandamento” scuola: “per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie” sostiene il Governatore della Banca d’Italia.

 La riforma Gelmini, “epocale” secondo le dichiarazioni della stessa ministra, non sembra, però, dello stesso parere: tutte le materie hanno subito delle riduzioni, alcune sono addirittura scomparse. Saranno, gli studenti e le studentesse italiane, in grado di competere con i loro coetanei europei?

Pare che gli allievi e le allieve della scuola superiore italiana siano al di sotto dei loro “compagni” europei: l’ultima rilevazione triennale del Programme for International Student Assessment conferma che i quindicenni scolarizzati italiani hanno un punteggio nella “comprensione dei testi” di 486 punti contro 493 della media OCSE, in matematica hanno 486 contro 493, in scienze hanno 489 contro 501 e così via, per non parlare delle lingue straniere dove pare regni un vero analfabetismo. E la situazione sta peggiorando inesorabilmente, forse perché nelle stesse famiglie si legge meno oppure perchè i professori sono demotivati, secondo alcuni ricercatori. Come non perdere un po’ di motivazione quando l’unico parametro di valutazione di un docente è l’anzianità di servizio? Come non perdere un po’ di entusiasmo quando i docenti italiani percepiscono i salari più bassi d’Europa? Come non perdere un po’ di buona volontà quando le “riforme” vengono attuate da persone che sembra non conoscano le realtà scolastiche, le pratiche quotidiane, la didattica e le problematiche delle aule italiane?

Non si devono, a proposito d’Europa, dimenticare le otto competenze-chiave stabilite dal Trattato di Lisbona, per capire che cosa l’Europa vuole:

  1. Comunicazione in madrelingua;

  2. Comunicazione in lingue straniere (attenzione! In lingue straniere, non in lingua straniera);

  3. Competenza matematica e in scienze e tecnologia;

  4. Competenza digitale;

  5. Imparare ad imparare;

  6. Competenze sociali e civiche;

  7. Spirito di iniziativa e imprenditorialità;

  8. Consapevolezza ed espressione culturale.

Non si devono, a proposito d’Europa, dimenticare gli insegnanti che formano gli studenti e le studentesse, futuri cittadini europei, e che le suddette competenze devono possedere, ad iniziare dalla conoscenza di due lingue straniere.

Come suggerisce il governatore della Banca d’Italia Draghi, è l’organizzazione scolastica ed universitaria a dover essere rivista per evitare sprechi di risorse, ma non la qualità degli insegnamenti, che non ha nulla da invidiare ai modelli stranieri. Il taglio delle lingue straniere non è previsto dal Trattato di Lisbona, non significa questo entrare in Europa, essere competitivi e produttivi, bensì tornare in un oscuro ed ignorante medioevo.

Milioni di studenti e studentesse italiani, milioni di futuri cittadini europei si stanno chiedendo il perché di questo taglio e stanno sperando che i “minotauri” del Ministero dell’Istruzione s’illuminino di nuovo d’immenso creando una scuola plurilingue in un’Italia che già plurilingue e multietnica è. Che piaccia o no.

Prof.ssa Cristiana Rigo

Referente Progetto CLIL – Liceo scientifico Copernico – Udine

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